Palazzo Farnese

Il Palazzo Farnese di Caprarola, o Villa Farnese, è uno dei migliori esempi di dimora rinascimentale, costruita per la famiglia romana dei Farnese a Caprarola.

Dall’alto si può ammirare la sua forma a pentagono con cortile circolare al centro. Il palazzo viene inquadrato dalla strada che si allarga nella piazza antistante la facciata principale (dove è posto l'ingresso). Originariamente tutt'intorno era circondato da un fossato.

All'interno i vari ambienti sono suddivisi secondo uno schema ben preciso e moderno:
- la zona estiva a nord;
- la zona invernale a sud.
Le zone della servitù erano separate dalla zona del cardinale e vennero addirittura ricavate dallo spessore dei muri. Annesse alle stanze della servitù erano le cucine ed i magazzini. In questa zona era alloggiata la scala del cartoccio, una rampa di forma elicoidale che permetteva di far scendere, mediante una guida scolpita nel corrimano, un cartoccio di carta, con all’interno sabbia o sassolini, in modo da far giungere velocemente ai piani inferiori messaggi riservati.

Il piano rialzato viene chiamato Piano dei Prelati. Vi si accede sia dalla scalinata esterna che dall'interna. In questo piano vi sono le stanze affrescate da Taddeo Zuccari, le stanze delle stagioni del Vignola e la stanza delle guardie.

Il cortile circolare, raggiungibile da questi ambienti, è di forma circolare e realizzato dallo stesso Vignola. Esso è composto da due porticati sovrapposti, con volte affrescate da Antonio Tempesta.

Il Vignola fu pure autore degli affreschi della scala interna (la Scala Regia). Questa ruota intorno a 30 colonne di peperino, attraverso le quali, secondo la leggenda, il cardinale vi passava a cavallo per raggiungere il piano nobile.

Sopra il piano rialzato si trova il piano nobile, la cui zona estiva fu affrescata da Taddeo Zuccari, mentre l'invernale fu dipinta da Jacopo Zanguidi (detto il Bertoja), da Raffaellino da Reggio e Giovanni de Vecchi. Qui sono collocate la camera da letto del cardinale, detta Camera dell’Aurora, e la camera delle celebrità, detta Stanza dei Fasti Farnesia, con gli affreschi che riassumono la vita dei Farnese. Oltre è posta l’Anticamera del Concilio, che prende il nome dall’affresco del Concilio di Trento; nella stessa stanza vi è un affresco di Paolo III. Successivamente si apre la Sala di Ercole, che prende anch'essa il nome dagli affreschi presenti.

Una delle stanze più rappresentative del palazzo è la Stanza delle Geografiche o del Mappamondo, la quale prende il nome dagli affreschi di Giovanni Antonio da Varese. Il quarto piano e quinto piano erano assegnati agli staffieri ed ai cavalieri.

STORIA

Il palazzo fu una delle molte dimore signorili costruite dai Farnese nei propri domini. Il progetto per una fortezza difensiva venne inizialmente affidato ad Antonio da Sangallo il Giovane dal cardinale Alessandro Farnese il Vecchio. I lavori iniziarono nel 1530, ma furono sospesi nel 1546 a causa della morte del Sangallo. Il cardinale Alessandro il Giovane, insediatosi a sua volta a Caprarola, volle riprendere il progetto del nonno, così, nel 1547, affidò il cantiere al Vignola, ma i lavori ripresero solo nel 1559. Il Vignola modificò radicalmente il progetto originale: la costruzione, pur mantenendo la pianta pentagonale dell'originaria fortificazione, venne trasformata in un imponente palazzo rinascimentale, che divenne poi la residenza estiva del cardinale e della sua corte. Al posto dei bastioni d'angolo l'architetto inserì delle ampie terrazze aperte sulla campagna circostante, mentre al centro della residenza fu realizzato un cortile circolare a due piani, con il superiore leggermente arretrato. Vignola fece tagliare la collina con scalinate in modo da isolare il palazzo e, allo stesso tempo, integrarlo armoniosamente col territorio circostante; inoltre fu aperta una strada rettilinea nel centro del paesino sottostante, così da collegare visivamente il palazzo alla cittadina ed esaltarne la posizione dominante su tutto l'abitato.

All'interno della sontuosa dimora lavorarono i migliori pittori e architetti dell’epoca tra cui Taddeo Zuccari e Annibal Caro, poi sostituiti, alla loro morte (1566), da Federico Zuccari, Onofrio Panvinio e Fulvio Orsini.

Alla villa sono annessi gli "Orti farnesiani" (con lo stesso nome dei giardini della famiglia sul colle Palatino a Roma), uno splendido esempio di giardino tardo-rinascimentale, realizzato attraverso un sistema di terrazzamenti alle spalle della villa, arroccati sul colle dal quale s'erge la costruzione e collegati dal Vignola con la residenza attraverso dei ponti. I lavori per il giardino furono iniziati nel 1565 da Giacomo Del Duca, utilizzando per i terrazzamenti la terra di scarico delle fondazioni della chiesa del Gesù a Roma, e si conclusero solo nel 1630, sotto la direzione di Girolamo Rainaldi. La piccola costruzione che si trova all'interno dei giardini è stata scelta da Luigi Einaudi come residenza estiva nel settennio della sua Presidenza della Repubblica (1948-1955).

Il palazzo invece fu terminato due anni dopo la morte del Vignola.

 

CAPRAROLA ED IL PALAZZO DEL GRAN CARDINALE ALESSANDRO FARNESE
di Luciano PASSINI

Sulle falde dei monti Cimini, in uno scenario naturale molto suggestivo, ricco di rigogliose ed im­ponenti foreste di faggi, di castagni e di quercie, nei pressi del lago di Vico, sorge il nucleo abitato di Caprarola. Questo borgo medioevale, dopo un periodo molto travagliato a causa delle lunghe lotte feudali, raggiunse il massimo del suo splendore nell’arco di tutto il XVI secolo dopo che Papa Paolo III lo incluse tra i territori del Ducato di Castro e Ronciglione.

Per la sua vicinanza con Roma, Caprarola fu scelta come luogo di villeggiatura dal Cardinale Alessandro Farnese (nipote di Paolo III) che vi fece costruire il suo prestigioso Palazzo e quindi sotto il dominio di quella munifica e potente famiglia cominciò per Caprarola un periodo storico che la pose per nobiltà e per arte fra i più progrediti paesi del Lazio. Il Card. Alessandro ordinò che tutto l’assetto urbanistico di Caprarola venisse trasformato; egli fu l’ideatore di quella impostazione che ormai rimarrà indelebile nei secoli. Fece realizzare una nuova grande strada di accesso sopraelevata, chiamata via Diritta, in asse con il suo Palazzo che obbligò alla costruzione di due ponti ed all’abbattimento di numerose case medioevali. Tutte queste opere diedero quindi un grande impulso ad ogni attività locale portando nuova vita alla piccola cittadina, ove sorsero eleganti palazzi ed artistiche Chiese. Il passare dei secoli ha cambiato di poco il centro storico di Caprarola e nella scena urbana caprolatta il Palazzo rimane quindi una presenza costante e superba; esso evidenzia l'incolmabile abisso sociale tra il Borgo ed i suoi Signori.

Il progetto definitivo del grandioso Palazzo, con annessi dei giardini meravigliosi, si deve al noto architetto Jacopo Barozzi da Vignola il quale riuscì a creare il suo capolavoro partendo dalle fondamenta di una rocca pentagonale, progettata da Antonio da Sangallo ed iniziata intorno al 1525-30 per volere di Paolo III (quando era ancora Cardinale). Il Vignola riuscì ad inserire la sua invenzione architettonica nel paesaggio circostante in maniera quasi perfetta,  ottenendo un’opera che per la sua originalità ed imponenza lascia ancora stupito chiunque la ammiri. Non bisogna dimenticare che il Cardinale Alessandro (il Gran Cardinale), la cui ricchezza era smisurata, era un tipo molto erudito che amava molto seguire le mode del momento e quindi i migliori artisti lavorarono, negli anni, all’abbellimento ed alle decorazioni del suo Palazzo: i fratelli Taddeo e Federico Zuccari, Antonio Tempesti, Jacopo Bertoia, Raffaellino da Reggio, Giovanni De Vecchi, Giacomo del Duca, Giovanni Antonio da Varese e molti altri meno noti; tutti sotto la guida dell’at­tentissimo Cardinale e di alcuni grandi letterati come Annibal Caro, Fulvio Orsini e dello storico Onofrio Panvinio.

I lavori furono terminati intorno al 1575, anche se continue modifiche ed abbellimenti si susseguirono per oltre un cinquantennio.

Il ciclo iconografico interno presenta una spiccata forma di esaltazione dei Farnese; ogni aspetto che riguarda la famiglia viene celebrato ed evidenziato (in particolare nella Sala dei Fasti) ad incominciare dall a quasi ossessiva ripetizione dei simboli araldici farnesiani (il giglio, l’unicorno, ecc.). Gli affreschi sono densi di simboli ed allusioni che spaziano tra il sacro ed il profano; i loro misteriosi significati restano ancora in gran parte da interpretare. Tutte queste decorazioni rappresentano in modo preciso la fusione di varie correnti della cultura artistica rinascimentale, rientrando a pieno titolo nel Manierismo.

Gli affreschi del Palazzo Farnese, conservati in modo quasi perfetto, sono molto interessanti sia sotto l’aspetto letterario che quello storico; realizzati per la maggior parte nel periodo tra il 1561 ed il 1610, possono essere suddivisi in quattro gruppi: storici, religiosi, mitologici e geografici. Inoltre non bisogna trascurare che questi dipinti sono completati da una quantità immensa di stucchi e di decorazioni del genere definito grottesca che erano molto di moda in quell’epoca. Pertanto il Palazzo Farnese si colloca tra quei pochi monumenti italiani che ancora conservano in modo ottimale un importante ciclo pittorico di vaste proporzioni.

L’edificio pentagonale che ha la particolarità di avere un cortile interno circolare, è composto di cinque piani ed è circondato da un largo fossato. Quattro angoli sono rinforzati da bastioni che terminano con una ter­razza all’altezza del Piano Nobile, mentre il quinto angolo posteriore, ha un torrione che sovrasta il tetto. I piani del Palazzo prendono il nome da chi li utilizzava e le stanze dai soggetti che vi sono affrescati, quindi abbiamo: i Sotterranei ove si trovano una grande quantità di ambienti, scavati nel tufo, adi­biti ad usi vari come dispense, cucine, tinelli, forni, granai, mulino ed altro; il Piano dei Prelati, con numerose stanze affrescate per lo più nelle volte; il Piano Nobile, quello principale; il Piano dei Cavalieri e quello degli Staffieri, ai quali si accede mediante delle piccole scale a chiocciola seminascoste e che non contengono nulla di artistico poiché venivano utilizzati per la Corte e per la servitù.

Dal vasto piazzale antistante, tutto lastricato con mattoni a costa, si accede al Palazzo mediante una doppia scalea le cui rampe pri­ma sono divergenti e poi convergono verso il portone principale. Il sistema di piazze e di scalee è il risultato del lungo studio che portò il Vignola ad una corretta saldatura architettonica del Palazzo con il centro abitato. Salendo queste scalinate, la pulizia delle linee architettoniche delle facciate, la loro luminosità ed imponenza danno al visitatore una sensazione di grandiosità, ma il primo impatto appena si varca il portale d’ingresso non rende pienamente l’idea di cosa ci aspetta nel corso della visita; è quando si sale la stupenda Scala Regia (imponente scalone elicoidale progettato dal Vignola e realizzato tutto in peperino), con le pareti e la volta completamente affrescate, che si ha l’impressione di aver preso una sorta di ascensore verso un’altra epoca. Infatti quando si entra nella prima Sala del piano Nobile l’impatto è particolarmente suggestivo. Si tratta infatti di un salone illuminato da cinque grandi finestre dalle quali è possibile ammirare uno scenario mozzafiato; il monte Soratte con la campagna romana ed un orizzonte che si spinge fino all’Appennino. Ci troviamo nella Sala d’Ercole ove vengono esaltate le gesta del mitico eroe e narrata la creazione del lago di Vico. Una grande fontana in mosaico sulla parete ci ricorda che l’acqua era un bene riservato a pochi eletti.

Proseguendo si entra nella Cappella, ambiente circolare in cui la tenue luce che filtra dalle vetrate dipinte crea una atmosfera molto riservata e mistica. La Sala successiva, chiamata dei Fasti Farnesiani, ci colpisce per la magnificenza con la quale vengono rappresentate le principali imprese storiche, politiche e familiari della famiglia Farnese. Qui nulla è lasciato all’interpretazione; ogni fatto storico viene spiegato con una iscrizione (dettata da Onofrio Panvinio) posta sotto il riquadro stesso. Anche i personaggi raffigurati sono stati riprodotti in maniera esatta. Una sorta di album di famiglia con immagini a dimensioni reali.

Si passa poi in una sala che è un po’ una glorificazione nostalgica; si tratta dell’Anticamera del Concilio o Sala di Paolo III in quanto l’iconografia rappresentata è dedicata totalmente al suo Pontificato e vuole essere una forma di riconoscenza verso l’uomo che ha reso potente il Casato dei Farnese.

Dalla stanza seguente inizia la zona privata del Piano Nobile, i cui ambienti sono affrescati soltanto nelle volte. Utilizzata dal Cardinale come camera da letto dell’appartamento estivo, viene chiamata Camera dell’Aurora in quanto nella volta vi è dipinta la Notte, la Quiete ed il Crepuscolo che introducono l’Aurora. Questo soggetto venne suggerito a Taddeo Zuccari da Annibal Caro in una lunga lettera nel 1562. Segue la Camera dei Lanificie poi quella della Solitudine o dei Filosofi che venivano utilizzate come disimpegno e studiolo.

Attraversando il Gabinetto dell’Ermatena, che prende il nome da un’altra idea di Annibal Caro, il quale pensò di unire in un’unica persona le figure mitologiche di Ermes e di Athena (a simboleggiare l’unione tra la sapienza e l’eloquenza), si passa nella Stanza del Torrione, così chiamata perché è posizionata all’interno del bastione che funge da torre e la sua posizione angolare consente, mediante due finestre, di ammirare contemporaneamente entrambi i Giardini Bassi. E’ l’unico ambiente, in tutto il Palazzo, ad avere un soffitto in legno a cassettoni con lo stemma di Alessandro Farnese e le sue imprese araldiche scolpiti in bassorilievo. Il Torrione è servito da una piccola scala a chiocciola che per la sua particolarità viene chiamata del Cartoccio. Infatti, se si posiziona sul corrimano un cartoccio con la punta appesantita da un sasso, questo scorrerà fino alla fine della scala senza mai cadere; un sistema di messaggistica molto ingegnoso! In una stanza dei piani superiori del Torrione si trovava lo studio di Annibal Caro. Proseguendo oltre il Torrione si entra nella Camera della Penitenza che veniva utilizzata dal Cardinale come saletta da pranzo privata e poi nella Camera dei Giudizi, ove è raffigurato il famoso Giudizio di Salomone. L’ultima stanza degli appartamenti privati è quella dei Sogni. Nella volta è dipinto il sogno di Giacobbe ed il Cardinale la usava come camera da letto dell’appartamento invernale.

Superata questa stanza si torna nella zona di rappresentanza del Palazzo, in una Sala chiamata degli Angeli per via dei dipinti della volta ove si vede la disfatta di Lucifero e degli angeli ribelli e per le figure sulle pareti che hanno per protagonisti gli Angeli. Questo ambiente però è meglio noto come Sala dell’Eco per via dei curiosi effetti acustici che sorprendono i visitatori. Da questa  stanza si passa in un grande salone che nel 1655 fece stupire la regina Cristina di Svezia tanto da farle esclamare che se fosse possibile sarebbe stato meglio conservarlo in una custodia come un gioiello. Questa è infatti l’impressione che prova il visitatore entrando; le colorazioni intense della volta e dei dipinti delle pareti, ricche d’oro, di un verde smeraldo e di un azzurro zaffiro, aumentano la sensazione di preziosità dei dipinti. Si tratta della Sala della Cosmografia o del Mappamondo, così chiamata perché vi sono dipinti argomenti riguardanti l’astronomia e la geografia. Nella volta è affrescato il sistema stellare, con le figure dello zodiaco. Sulle pareti sono dipinte le carte geografiche di tutti i continenti a quei tempi conosciuti (infatti nel planisfero manca l’Australia). Gli affreschi di questa Sala furono eseguiti tra il 1574 ed il 1575, concludendo così il ciclo pittorico del Piano Nobile.

Dalla Camera dei Giudizi si accede al giardino dell’Inverno e dalla Ca­mera dei Lanifici a quello dell’Estate, mediante due ponti che in origine erano mobili. Si tratta di due vasti ripiani sopraelevati cinti da un alto muraglione che conservano varie fontane; la più spettacolare è la grande Grotta dei Tartari con un laghetto abbellito da stalattiti e stalagmiti le quali creano uno scenario fantastico che veniva utilizzato per effettuare varie rappresentazioni teatrali. Entrambi i giardini, ricchi di fiori ed alberi, sono ripartiti da siepi di bosso in vari riquadri.

Dai Giardini Bassi, percorrendo delle scalinate e magnifici viali alberati, si giunge nei dei Giardini Alti ove si può godere della frescura offerta dalle acque delle numerose fontane presenti. Nel mezzo del primo ripiano vi è la grandissima fontana circolare del Giglio dal centro della quale, scaturisce un altissimo getto d’acqua. Da due padiglioni, parte una duplice scalea che conduce al secondo ripiano; nel mezzo della scalea è posta una Catena di Delfini in peperino, nella quale l’acqua che scorre provoca un delicato gorgoglio.

Si giunge quindi alla fontana detta dei Fiumi che si trova alla congiunzione di due scalee semicircolari che portano al terzo ripiano circondato da alte Cariatidi; piccole fontane in peperino, rappresentanti cavalli e mostri ma­rini, si trovano nei riquadri composti dalle siepi.

Nel centro si innalza la Palazzina. Realizzata tra il 1584 ed il 1586, il suo progetto viene attribuito a Giovanni An­tonio Garzoni da Viggiù, mentre al siciliano Giacomo del Duca viene attribuita la sistemazione di gran parte dei giardini.

Attraverso una doppia scalinata, con un parapetto abbellito da Tritoni in peperino che gettano acqua, si accede all’ultimo ripiano terrazzato con piccole va­schette e sedili il quale un tempo erano pieni di fiori. Un lungo viale centrale, porta all’Emiciclo delle Ninfe che segna il termine del ciclo di fontane e permette l’accesso alla strada che conduce sulla via Cimina verso Viterbo.

Ormai ovunque regna un maestoso silenzio rotto soltanto dal vociare dei turisti in visita. Passeggiando per le sue vaste sale guardando i grandi affreschi, oppure negli immensi giardini ascoltando il rumore delle acque, sembra di poter rivivere il sapore di una epoca rinascimentale e si può provare ad immaginare il vociare della nu­merosa corte che un tempo  affollava il palazzo al seguito del Gran Cardinale.